|  | Marco Giovenale: La casa esposta | | Alla ricerca di Marco Giovenale (Roma, 1968) corrisponde una poetica della riduzione fenomenologica, o addirittura della dissoluzione, il cui antinaturalismo quasi programmatico favorisce l’esplorazione dell’universo dei soggetti e degli oggetti con un’acutezza millimetrica di sguardo che raramente è dato ritrovare nella poesia italiana contemporanea. Nella raccolta La casa esposta, pubblicata nel 2007 presso Le Lettere con una prefazione di Antonella Anedda e una postfazione di Cecilia Bello Minciacchi, Giovenale ci propone un aforisma folgorante, “tutto è in meno”, dal quale bisogna partire per comprendere la sostanza della sua poesia, che, sia detto a scanso di equivoci, non appartiene al genere dell’elegia funebre e minimale. Giovenale non intende celebrare nessuna messa in scena retorica della morte sociale dell’arte: perché questo significherebbe, in primo luogo, non volerne scontare sulla pelle (“la consuetudine di portare / addosso resti umani”) tutta la drammaticità.
Sarebbe un errore, dall’altro lato, considerare la sua poesia come il residuato di un mero, passivo testimoniare. Nel momento stesso in cui si avvicina alle superficie delle cose, l’occhio di Giovenale le ghermisce e le trasforma, assecondando un bisogno incontenibile di condensare la totalità del molteplice nel più ristretto spazio possibile, di tornare al punto zero anteriore alla grande esplosione, quando “le cose / aprono e portano via / lo spazio dai portici, / dai lati”. Per raggiungere questo risultato esiste una tecnica della visione, che Giovenale padroneggia perfettamente (non a caso un’intera sezione del libro, la terza, è interamente composta da fotografie scattate dall’autore stesso): i suoi versi non sprecano ma neppure risparmiano nulla, la parola si incide e si imprime con precisione sulla pagina, costretta com’è a trovare l’istante di stabilità, il motore immobile, nella feconda oscillazione fra espressione e nascondimento, fra l’apparire e lo scomparire degli enti. Proprio perché fermo e ridotto al suo grado zero, l’istante può dilatarsi indeterminatamente: “quanta capienza di nero / è tra lume lupo acceso nella bugietta / verde e vetro del tavolo”. Una simile percezione del nero e del vuoto, che si colloca decisamente agli antipodi del nichilismo, trova la sua più coerente traduzione figurativa nell’enigma: “La scrittura scrive sé attraverso l'enigma: che è dunque il centro del suo poter essere”, come si legge sul blog di Giovenale (slowforward.wordpress.com). Nessun dubbio può sussistere circa la particolare natura che contraddistingue l’espressività dell’enigma, e che si offre come (in)naturale alternativa alla barbarie della comunicazione, come spazio liberato dal dilagare della referenzialità. In questo senso l’enigma ci si fa incontro non come un ostacolo al dialogo ma come una risorsa, una garanzia di libertà e significato. Se l’industria culturale impone l’ideologia dello spettacolo infinito, l’enigma, viceversa, segna il Limite, fatto di “punti dove l’energia potenziale registra un picco”, di varchi istantanei e improvvisi che schiudono possibilità di mondo (M. Giovenale, Del sottrarre, in “Per una critica futura”, 1/2006, pp. 33-45, alla p. 43). Nel tempo dell’epoché, il tempo della scrittura, gli oggetti vengono investiti da una speciale energia dubitativa che li sottrae all’anonimato, trasformandoli in organismi poetici: “riga (una: un) picco voltaico / di luce fa però perplessi ancora // pochi oggetti bianchi”. Nella penombra e nei cicli dell’enigma, non nella linearità abbagliante della prosa, si annidano la “verità”, l’esperienza: “la luce molto bassa ha più ragione / di quella che anticipa gli occhi”. Ciò che è stato lasciato in ombra quando “il tempo divora voce”, e cioè quello che vive in modo precario e marginale, è più vero e più vicino all’origine, e perciò va posseduto: “Non si può lasciare, è un posto abbandonato”. Non solo il mondo ma anche il soggetto o, come dice freddamente Giovenale, “ciò che scrive”, dev’essere perduto per poter essere ritrovato, come se l’intermittenza del fenomeno investisse la stessa funzione noumenica che li osserva e li usa: “chi scrive è quel ‘chi’ dubitabilissimo e intermittente che - attraversato da una catena di disastri - è lui per primo già sovrascritto e interrotto dalle cose” (Dell’opera disfatta, in “Gammm”, http://gammm.org). Il “soggetto” non è che rappresentazione di rovine; nella sua intermittenza esso percepisce altre entità imperfette, lacunose, la cui presenza, mai interamente data, mai compiutamente descrivibile, sfugge e si nasconde proprio quando sembra manifestarsi con la maggiore intensità: “scocca nera del quadro che c’era / ora no non ora non c’era”. E ancora: “E’ il guasto intermittente dell’insegna / reality, giù”. La reificazione, il raffreddamento, la mortificazione diventano quindi le condizioni necessarie perché la poesia possa donare aperture di senso, perché possa preludere all’esperienza conoscitiva e non a un puro atto esibizionistico, effusivo. Esclusivamente in questa prospettiva, allora, va intesa l’evocazione di immagini di morte, ma per nulla funebri nella loro essenza, così frequenti nei versi di Giovenale: “Se è vivo si guasta. // Se è morto, muore di più”; “Sottratto tutto. Tutto bene. Il feto è nato morto”; “Niente tiene vivo niente”. La casa esposta sarà così la “voce che dice di mancare”, il linguaggio messo fra parentesi, non piegato alle esigenze della Narrazione, della linearità: ma tutto ciò fermo restando che la poesia e la poetica di Giovenale non si inseriscono in un progetto di disincanto novecentesco, e neppure si riducono al tentativo, condannato al velleitarismo, di costruirsi un riparo e una protezione dall’ostilità di agenti esterni, dall’eteronomia. Giovenale al contrario rappresenta, proprio nel senso che mette in scena e mostra, non tanto un gesto ideologico quanto l’azione stessa del distanziarsi da sé e dal mondo – una prassi della dicibilità dell’”insegna reality” come impermanenza: “Dopo lungo commercio andando / in perdita ha imparato / a entrare solo in quelle / case che stanno per crollare. / In cose corte, per i minuti / che reggono, listate tenute / solo dai raggi, abita”.
Marco Giovenale, La casa esposta, Le Lettere, Firenze 2007, pp. 162, 20 euro
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